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Chi usa i voucher? Ecco la lista segreta dell’Inps

McDonald’s, Sisal, Manpower, Adecco, Chef Express. C’è anche la Juventus. I maggiori utilizzatori di voucher in Italia sono grossi gruppi che operano nel commercio, nella ristorazione, nell’organizzazione di eventi culturali e sportivi. La lista dei primi duecento è stata fornita nei giorni scorsi dall’Inps alla Cgil, dopo mesi di scontri e polemiche, e il manifesto oggi pubblica i 15 che stanno in cima: con tanto di importo lordo in euro e prestatori (i lavoratori cioè retribuiti con i ticket). Si tratta del 2016, anno dell’introduzione della cosiddetta «tracciabilità»: che ha rallentato la crescita, è vero, ma il fenomeno resta preoccupante perché i buoni staccati l’anno scorso sono stati circa 135 milioni (+24% rispetto ai 115 del 2015, cifre che verranno consolidate nei rapporti di marzo).

SE SCENDIAMO SOTTO la quindicesima posizione troviamo altri nomi noti: si va da Burger King alla Rinascente, da Bottega verde ad altre squadre come Lazio, Fiorentina e Chievo. Ma compaiono anche soggetti pubblici: il primo è il Comune di Benevento, chissà cosa potrebbe dirci il sindaco Clemente Mastella. Il pubblico però non fa solo ricorso diretto ai voucher: spesso infatti per eventi culturali, fiere o festival si assumono voucheristi attraverso alcune società che stanno in cima alla graduatoria, e che hanno nomi perlopiù sconosciuti. Ci sono infatti aziende ormai specializzate nel fornire questo tipo di lavoratori «usa e getta» sotto forma di steward, hostess, addetti alla sicurezza, camerieri ai buffet. Alcune voci della lista l’Inps le ha coperte per la legge sulla privacy.

La prima dell’elenco – la Best Union Company – risulta essere infatti una società specializzata nella biglietteria e nell’organizzazione di eventi. Idem per la quinta, la Winch srl, che opera nel campo del security steward e welcoming. E molto probabilmente la stessa Juventus (come le altre squadre di calcio) ricorre ai voucher per retribuire gli steward tra gli spalti nei giorni delle partite.

ALL’OLIMPICO DI ROMA, ci spiega il segretario del Nidil Cgil Claudio Treves, si muovono invece gli steward di un’altra delle 15 big, la Manpower Group Solutions Sport and Events: «Non si tratta però della Manpower interinale, ma di una sotto società del gruppo: fornisce addetti che costano meno rispetto a quelli in somministrazione». Lo stesso meccanismo, ma stavolta con la Manpower Group Solutions, si è utilizzato all’Expo di Milano.

«Al padiglione della Gran Bretagna servivano un tot di persone – spiega Treves – e ci si è appoggiati alla Manpower GS: prima si è risparmiato applicando un contratto “pirata” firmato da un sindacato non rappresentativo, poi la società ha adottato i contratti dei lavoratori delle pulizie, pescando guarda caso dalla sua casa madre. Ma evidentemente lavora parecchio anche con i voucher».

UN GROVIGLIO IN CUI le società di lavoro interinale generano altre piccole ditte, che poi affittano a loro volta lavoratori dalla madre. Così la Adecco Professional Solutions sotto Natale ha fornito una ventina di imbustatori di prosciutto alla Fratelli Beretta, in uno stabilimento di Varese, permettendo di applicare il meno costoso contratto del commercio. Con i ticket siamo certi che è diventata ancor più competitiva.

Ricco il capitolo ristorazione, dove compare oltre a Chef Express (fast food in stazioni e autogrill) e Cigierre (specializzata nei ristoranti etnici, dalle Wiener Haus all’Old Wild West), il sempreverde McDonald’s: secondo Cristian Sesena, segretario Filcams Cgil, a fare maggiore uso di voucheristi sono i franchisee. «La Company gestisce solo il 20% dei locali italiani, e ha limitato l’uso dopo una denuncia a Milano – spiega – La periferia dell’impero è meno controllabile».

PERCHÉ LA CGIL ha insistito tanto con il presidente dell’Inps Tito Boeri per avere questa lista? Per dimostrare che una parte rilevante del lavoro prestato attraverso i voucher fa capo a grosse aziende (oltre che al pubblico), dove è altamente probabile che si stia operando una vera e propria sostituzione non solo del lavoro stabile, ma anche di quello flessibile. Perché l’ormai famigerato ticket da 10 euro, non prevedendo l’applicazione di contratti, ferie, tfr e tutte le altre tutele, cannibalizza rapporti prima in voga (già cheap) come l’associazione in partecipazione, lo stagionale, il lavoro a chiamata.

Tania Scacchetti, la segretaria confederale che per conto della Cgil ha acquisito la lista e l’ha poi diffusa a tutte le categorie, ci spiega questo meccanismo: «Prendiamo ad esempio aziende come Stroili Oro, Diffusione Italiana Preziosi o Bottega Verde – dice – Sono catene che operano molto nei centri commerciali e spesso attraverso il franchising: ebbene, in passato segnavano i propri commessi come associati in partecipazione, oggi possono risparmiare ancora di più grazie ai voucher». Lo stesso accade con gli eventi culturali, o con gli operatori del turismo.

«LE SOCIETÀ SPORTIVE non hanno già presente a inizio anno il calendario delle partite? – chiede Scacchetti – Quindi dov’è la prestazione occasionale? Potrebbero benissimo contrattualizzare gli steward. E nel turismo, negli alberghi, nei ristoranti, quando parliamo di grosse catene, perché non si fa ricorso agli strumenti di flessibilità che già ci sono? I lavoratori si vedrebbero applicato il contratto, con tutte le tutele, e avrebbero diritto alla Naspi. Non dimentichiamo poi la pensione: sono pochissimi i voucheristi che riescono, in un intero anno, a totalizzare il reddito sufficiente per farsi segnare un solo mese dall’Inps».

In questo caso ci soccorre uno studio dell’Inps riferito agli anni 2008-2015: i percettori di voucher nel 2015 sono stati 1,4 milioni, con una media di 66 ticket riscossi nell’anno (pari a 660 euro lordi medi). Per totalizzare un mese di contribuzione all’Inps servono però almeno 3 mila euro di reddito annui. Ormai solo l’8% di voucheristi è costituito da over 60: la media di età si è infatti concentrata sui 36 anni. Ed è di 22/23 anni l’età media di chi non aveva mai aperto una posizione previdenziale. I voucher sono quindi una piaga diffusa e riguardano non solo i giovani ma anche gli adulti che normalmente avrebbero contratti strutturati: la Cgil infatti chiede di abolirli per referendum.

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