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Ciampi, Andreatta e il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia

di Tommaso Nencioni* – Andando a ritroso nella nostra storia recente, uno degli snodi che forse ha più caratterizzato il panorama politico nazionale è stato il cosiddetto divorzio tra Ministero del Tesoro e Banca Centrale (1981), nel quadro degli accordi che avevano portato l’Italia all’adesione allo SME. Un tornante decisivo non solo per i suoi effetti di lungo periodo sul nostro sistema economico, ma anche, come si vedrà alla fine, sulle culture politiche egemoni nel Paese.

L’evento si colloca più o meno a metà strada, nel panorama nazionale, tra l’assassinio di Moro da parte dei terroristi delle Brigate Rosse e il referendum sull’abolizione della scala mobile. E va collocato, a livello internazionale, nel caos sistemico generato dallo sganciamento del dollaro dall’oro, dallo shock petrolifero, dall’apice della conflittualità sociale in Occidente e delle lotte di liberazione nel Terzo Mondo. Tutti elementi che avevano, direttamente o indirettamente, contribuito alla fiammata inflazionista degli anni Settanta. Si era al culmine di quella che Giovanni Arrighi ha chiamato la “crisi spia” del sistema fordista di accumulazione, incentrato sull’egemonia degli Stati Uniti.

I gruppi dirigenti tradizionali si preparavano a respingere l’urto della crisi con la svolta monetarista, neoliberale e anti-sindacale, che ebbe il suo epicentro nelle metropoli statunitense e britannica, con contraccolpi violenti sul Terzo Mondo e la cui onda lunga, sotto forma di “rivoluzione passiva”, non tardò a giungere sul continente europeo. Dal punto di vista della cultura politica, il documento che più di ogni altro aveva preparato il clima della restaurazione era stato il Rapporto sulla governabilità delle democrazie,presentato alla Commissione Trilaterale nel 1975 da un pool di intellettuali conservatori composto da Michael J. Crozier, Samuel P. Huntington e Joji Watanuki. Secondo il paradossale (almeno a prima vista) esito del rapporto, ciò che metteva a rischio la salute delle democrazie occidentali (e del Giappone) era un eccesso di “domande democratiche”, sia nel campo dei diritti sociali che in quello dei diritti civili e dell’integrazione delle minoranze.

La vicenda del “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia è stata legittimata da  una visione moralistica che vi leggeva una difesa eroica dell’autonomia dell’Istituto di emissione dalla “voracità” di partiti intenzionati ad utilizzarne le leve a scopi di bassa cucina elettoralistica, mentre andrebbe inquadrata dunque nella cornice sopra abbozzata. La questione morale e l’uso distorto della spesa pubblica in senso clientelare o affaristico finirono per creare un contesto favorevole all’applicazione di ricette neoliberiste purtroppo confuse per misure di razionalizzazione. In base ad una lettura che addossava all’eccessivo deficit dello Stato la colpa della “grande inflazione”, si ritenne opportuno mettere l’Istituto di emissione al “riparo” da governi sottoposti all’assedio degli interessi sociali contrapposti, e considerati non legittimati a varare misure “impopolari”. Questo col fine di interrompere la pratica di acquisti automatici di Buoni del Tesoro da parte di Palazzo Koch e di rendere libera la Banca centrale di adottare ogni misura necessaria nella lotta all’inflazione. Con la riforma del mercato dei BOT  del 1975, la Banca d’Italia era costretta ad acquistare in asta primaria (cioè in prima emissione) tutti i titoli che il Tesoro non era riuscito a collocare sul mercato, finanziando quindi lo stesso con nuova moneta emessa dal nulla. Ciò consentì al Tesoro di mantenere in quel periodo contenuti tassi di interesse con i quali finanziarsi.

La fine di questa pratica non contribuì alla diminuzione del debito pubblico, a causa dell’alto tasso di interesse che lo Stato dovette iniziare a pagare sulle proprie emissioni.Tuttavia la questione sul tappeto era di portata ben più vasta. Si stava facendo insostenibile, nelle parole del governatore Carlo Azeglio Ciampi, la tensione del movimento “che prese avvio dalla crisi degli anni trenta e che portò in tutti i paesi ad assegnare alla politica economica e sociale un ruolo centrale e permanente”. Il crollo degli investimenti diretti in tutto l’Occidente, e l’impossibilità, ben dimostrata dall’esito della guerra nel Vietnam, di ovviare al problema per via coloniale, stavano a dimostrare che su quel cammino ci si era spinti troppo lontani. Di qui l’indipendenza della Banca che, dal punto di vista degli interessi delle classi dirigenti, minacciati dai movimenti anti-sistemici scoppiati nel quindicennio precedente, rispondeva a due esigenze vitali: a) dava ai “mercati” diritto di veto e di voto postumi sulle scelte dei governi, perché affidava unicamente ad essi la “gestione” del debito pubblico; b) affidava a un organismo al riparo a quel punto dal controllo democratico il compito di frenare le dinamiche di  piena occupazione attraverso il varo di direttive monetariste, contribuendo così a rendere più flessibile (e docile) il mondo del lavoro. Si veniva dunque a creare una sorta di “quarto potere” (come lo ha chiamato Matteo Bortolon sul “manifesto”) indipendente e al riparo dalle logiche democratiche.

Si tratta di meccanismi che, allora solo abbozzati, ed operanti in un quadro politico-sociale ancora sottoposto a robuste dinamiche conflittuali, ed in un quadro istituzionale che ne rendeva problematico il pieno dispiegamento, vedremo operare più e meglio a livello continentale nel dopo-Maastricht. Non deve sorprendere che il personale tecnico, politico e intellettuale che più ha operato per portare l’Italia all’interno del dispositivo di Maastricht e dell’Europa reale, e che di quella via alla costruzione europea è stato protagonista non solo per parte italiana, sia stato grosso modo il medesimo che aveva tenuto a battesimo il “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia.

Alla base dell’operato di quei gruppi dirigenti, poi egemoni nella costruzione dell’esperienza politica dell’Ulivo, stava l’ideologia del “vincolo esterno”: la visione che solo un forte shock imposto dall’esterno alla politica ed alla società civile del Paese avrebbe potuto condurre l’Italia sulla via delle magnifiche sorti e progressive. Una visione che ha radici carsiche nella nostra storia  dal Risorgimento in poi, e che con il crollo dei grandi partiti di massa si è potuta impancare finalmente a “pensiero unico” delle nostre élites. Paradossalmente, nel corso della seconda repubblica, è stato soprattutto il centro-sinistra a subire l’egemonia di questo disegno, che si è poi risolto nella via italiana alla restaurazione neo-liberale, mentre il berlusconismo, ancor più se considerato come alleanza organica tra Lega e Forza Italia, ha suscitato forti tensioni nella tenuta del quadro d’insieme. Né si tratta, tuttavia, di un fenomeno solo italiano: un po’ ovunque la crisi della sinistra post-socialdemocratica o ex-comunista risiede nell’aver lasciato alla destra il quasi monopolio dell’opposizione, almeno a livello retorico, al pieno dispiegamento del disegno tecnocratico.

Oggi, se è normale che i banchieri centrali difendano la propria autonomia dalla politica, sarebbe opportuno lottare per una politica che difenda la propria autonomia dai banchieri centrali. Qui sta una delle maggiori sfide per il campo popolare.

 

* storico del movimento operaio

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