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Un’Europa democratica è possibile, non rifugiamoci nei nazionalismi

di Yanis Varoufakis e Lorenzo Marsili –Esattamente un anno fa la vittoria dell’Oxi in Grecia ha gridato un chiaro no a un’Unione europea autoritaria, centrata sull’austerity e sotto il giogo della Troika. E al tempo stesso ha lanciato un grande sì a un’Europa democratica. Quel messaggio è oggi più importante che mai. Dalla scorsa estate le forze centrifuge che stanno disintegrando l’Europa vanno accelerando. Il pessimo accordo Ue-Turchia sui rifugiati ha sacrificato l’anima del nostro continente sull’altare della xenofobia. L’Europa continua a scivolare in un circolo vizioso di autoritarismo, austerità, deflazione, xenofobia e crisi bancarie. Brexit è stata una ripercussione naturale di questa tendenza, una di molte ancora a venire.
E’ impossibile mantenere le regole esistenti, mantenere questa Europa, senza perdere il sogno di un continente aperto e democratico. Matteo Renzi ha ragione a protestare contro regole ottuse che danneggiano tanto l’Italia quanto l’Unione. Ma sbaglia a non avere l’ambizione di chiedere un summit europeo che discuta e riscriva queste regole inapplicabili e auto-distruttive.  Come ci ricorda Brexit e ci indicano i sondaggi, a tante persone non risulta più ovvio che la dissoluzione dell’UE sia un’ipotesi peggiore del mantenimento dello status quo. Questo vale tanto per la destra xenofoba quanto per una certa sinistra che intrattiene l’illusione di basare un’agenda progressista su una rinnovata sovranità nazionale. Stefano Fassina, uno dei parlamentari di riferimento di Sinistra Italiana, ha recentemente sostenuto su Il Manifesto che siano “sempre più retoriche e astratte le invocazioni degli Stati Uniti d’Europa e le mobilitazioni per democratizzare l’Unione europea” e questo perché “il demos dell’eurozona non esiste. Esistono invece i demos nazionali… che hanno caratteri culturali, morali, linguistici diversi e interessi in competizione.”
Questo è un discorso preoccupante. In realtà, l’argomento che lo stato-nazione e il demos siano corrispondenti uno-a-uno (una nazione, una lingua, una cultura, un parlamento, una moneta) è stato tradizionalmente il discorso dei Tories in Gran Bretagna, ispirati da Edmund Burke, così come oggi è quello di Marine Le Pen in Francia.
Ma soprattutto, la posizione di Fassina nasconde una grande confusione su cosa costituisca un demos, un popolo. La concezione essenzialista di un singolo demos nazionale è storicamente uno strumento nelle mani dell’establishment, utilizzato per mascherare le mille tensioni di classe e per reprimere il dissenso ponendo la “nazione” contro “l’altro”. Abbiamo forse dimenticato la lezione di Gramsci per cui un popolo non pre-esiste alla sua mobilitazione, ma anzi si forma attraverso lotte comuni? Vogliamo veramente credere che non si possa creare coalizione fra i precari italiani, i mini-jobbers tedeschi e le centinai di migliaia di persone che in Francia protestano contro la Loi Travail? Non crediamo ci sia più vicinanza e più “popolo” fra le migliaia di volontari che in Italia e Austria aiutato i rifugiati di quanta non ce ne sia fra loro e Matteo Salvini e Norbert Hofer?
Il compito di una politica all’altezza delle sfide è precisamente quello di costruire mobilitazioni sulla base di alleanze come queste. Rifiutare la possibilità di una lotta politica comune, capace di costruire un demos transnazionale e multi-etnico, significa rinnegare la vera ragione d’essere della sinistra.
Il nostro, ovviamente, non è un argomento per dare priorità all’iniziativa europea su quella nazionale o locale. E’, più semplicemente, un argomento per non dare priorità solo al livello nazionale. E per rimanere dentro l’Ue essendo allo stesso tempo radicalmente contro il suo autoritarismo istituzionalizzato – dentro e contro. Per questo lo spazio politico nazionale è cruciale, come come lo è lo spazio delle nuove politiche municipali. Ma ritirarsi in posizioni nazionaliste come quelle di Fassina significa gettare la spugna nella doppia battaglia contro la destra nazionalista e l’establishment transnazionale, che dall’asse Bruxelles-Francoforte è il vero responsabile della frammentazione dell’Unione.
Per ritrovare sovranità democratica nelle nostre città e nei nostri parlamenti abbiamo bisogno di un movimento pan-europeo in grado di organizzare, mobilitare ed emozionare. Dobbiamo costruire una convergenza capace di agire su più livelli, dalla disobbedienza civile all’attività parlamentare, dando orientamento a quanti – una maggioranza – non si riconoscono nello status quo come non si riconoscono nelle scorciatoie nazionaliste. Radicalmente contro l’Europa in disfacimento dell’establishment e radicalmente a favore di una ricostituzione democratica del continente. E che abbia quindi la forza di costruire, attraverso lotte e conflitto, un demos europeo che possa richiedere una costituzione federale e democratica.
Viviamo un momento di scarto. Proviamo a immaginare cosa potrebbe essere l’Europa fra cinque o dieci anni – ogni scenario è aperto. Quello che è certo è che questo non è più il tempo del piccolo cabotaggio, del tirare a campare, degli zero-virgola. E nemmeno del ripiego nazionale e della resa. Ma di una politica capace di restituire speranza nel cambiamento e di ricostruire una visione di futuro.
E’ stato in un altro momento di crisi profonda del nostro continente che Altiero Spinelli, nel 1941, confinato dal regime fascista nell’isola di Ventotene, stese la visione di un’Europa unita e basata su democrazia transnazionale e giustizia sociale. Noi siamo convinti che sia ancora possibile evitare un ritorno a quel passato oscuro e lanciare una vera lotta democratica per la trasformazione e la democratizzazione dell’Europa.
Fonte: La Repubblica
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