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Il neoliberismo? Un sistema da psicopatici. Intervista a George Monbiot

George Monbiot
Intervista a George Monbiot di Fabio Chiusi
Altro che era “post-ideologica”. A governare le nostre vite, scrive George Monbiot in “How did we get into this mess?” (Verso Books, pp. 342), è proprio un’ideologia, ilneoliberismo. Una visione del mondo politica ed economica che raramente viene messa in discussione, perché abilmente nascosta alla vista da una pessima concezione dell’umano, oltre che da una valanga di propaganda. Da anni Monbiot, saggista e accademico inglese, prova a identificarne i contorni, in diversi libri e nelle analisi che appaiono sul “Guardian”.
Monbiot, di che cosa parliamo quando parliamo di “neoliberismo”?
«L’idea centrale del neoliberismo è che ci sia una forma di relazione naturale all’interno della società umana, la competizione, e che ciascuno di noi non faccia altro che cercare di massimizzare la propria ricchezza e il proprio potere alle spese degli altri. Per i neoliberisti l’uomo è, cioè, “homo oeconomicus”. È un’ottima descrizione, ma del modo di ragionare degli psicopatici, l’1 per cento dell’umanità. È invece una pessima descrizione del rimanente 99 per cento. Semplicemente, non ci comportiamo a quel modo».
L’economia cognitiva lo conferma ormai da decenni.
«Ci sono stati studi psicologici molto interessanti che mostrano che addirittura dall’emergere della coscienza ci comportiamo in modo disinteressato ed empatico; i bambini di 14 mesi, per esempio, aiutano altri bambini, con cui non hanno nessun legame, ad afferrare oggetti che non sono in grado di raggiungere. Man mano che crescono, ciò che si può osservare è poi lo sviluppo di una moralità altruistica. La premessa fondamentale del neoliberismo è strutturalmente errata a causa della sua errata concezione della natura umana. Però reca un grosso beneficio a chiunque sia pronto a sfruttare senza alcun freno il resto dell’umanità».
Ma il neoliberismo non dovrebbe massimizzare la libertà umana, attraverso il libero mercato, meno tasse e meno regole?
«Ogni volta che qualcuno si dichiara in favore della libertà dovremmo chiedere: libertà per chi, e a spese di chi? Perché di norma le libertà di cui gode un gruppo di individui nuocciono a un altro. Per esempio il neoliberismo sostiene che il mercato dovrebbe essere libero dagli interventi distorsivi dei sindacati, che impediscono il realizzarsi di un sistema naturale di vincenti e perdenti. Quel che significa, in realtà, è che i datori di lavoro sono liberi di imporre lo sfruttamento dei loro lavoratori: i salari sono guidati al ribasso, e le condizioni di lavoro si deteriorano. Sostengono che dovrebbero essere liberi da regolamentazioni, il che si traduce nella libertà di inquinare fiumi, costruire strumenti finanziari che causeranno la prossima crisi ed esporre i cittadini a prassi pericolose. Dicono che dovrebbero infine essere liberi dalla tassazione, e quel che significa è essere liberi dalla ridistribuzione della ricchezza che potrebbe portare i poveri al di fuori della povertà e fornire opportunità di mobilità sociale. Le libertà che stanno al cuore dell’ideologia neoliberista sono insomma libertà molto particolari, che liberano alcuni per rendere meno liberi altri».
Eppure questa ideologia ha avuto molto successo negli ultimi trent’anni. Come è possibile se favorisce solo una esigua percentuale dell’umanità, i più abbienti, e il tutto avviene alle spese di gran parte dell’umanità, a partire dai più poveri? Lei nei suoi articoli parla di un “apparato di giustificazione” fatto di pubblicità, media e scelte politiche con lo scopo di ingannarci, e farci credere che il neoliberismo sia a beneficio di tutti. Basta davvero questo a spiegarne il successo?
«Le rispondo con Antonio Gramsci: ciò che abbiamo di fronte è un sistema di egemonia culturale realizzato in modo molto efficiente, in cui i sistemi di credenza di ricchi e potenti vengono assorbiti e replicati dagli altri, così che finiamo per vedere noi stessi dal punto di vista neoliberista; come “milionari che si vergognano temporaneamente di esserlo”, nelle parole di John Steinbeck. Dovremmo essere dei vincitori, eppure sfortunatamente al momento non lo siamo: ma lo saremo, lo saremo con una sufficiente dose di libero mercato e la liberazione dal peso di tasse e regole! In alternativa ci concepiamo come perdenti, credendo sempre più di essere noi stessi i responsabili della situazione in cui ci troviamo. Così ignoriamo fattori fondamentali come la disoccupazione strutturale, o i costi proibitivi delle abitazioni in paesi come la Gran Bretagna. E l’ideologia si diffonde in modi talmente efficaci, furbi e sottili, specie tramite i mass media, che non la riconosciamo nemmeno come ideologia, il che ci lascia completamente vulnerabili a quell’egemonia culturale».
Ma in quali modi questa ideologia si nasconde alla vista?
«Il primo è il categorico rifiuto di essere nominata. Se lo si chiede a coloro i quali aderiscono all’ideologia che un tempo si autodefiniva “neoliberista”, ma ora non ha più alcun nome, la loro risposta sarà: “siamo solo dei liberali, o libertari”. Sostengono non ci sia niente di sostanzialmente nuovo rispetto agli scritti di Friedrich von Hayek, Ludwig von Mises o Milton Friedman: dicono di avere semplicemente copiato l’ideologia dominante del XIX secolo. Ma è chiaro che l’abbiano promossa in tutta una serie di modi che la rendono ben più applicabile al XX e al XXI, nociva ed estremamente efficace nel distruggere i poveri migliorando, al contempo, la situazione dei ricchi. Così tante parole da loro usate celano più di quanto rivelino…».
Per esempio?
«Il “mercato” ci viene presentato come se fosse una qualche situazione neutra e naturale, che non favorisce alcun soggetto in particolare, che ci influenza come la forza di gravità o la pressione atmosferica. Quando ci viene detto “il mercato vuole questo” o “il mercato determina quello”, ciò di cui stiamo in realtà parlando è della serie di soggetti dotati di grande potere che operano all’interno di quei mercati – aziende e miliardari soprattutto. Il modo in cui la parola “mercato” viene usata, però, li rende invisibili».
Ritiene che anche il termine “digitale” sia utilizzato per celare l’ideologia neoliberista? Alcuni pensatori lo sostengono – Evgeny Morozov, per esempio – e pare che il modo in cui l’economia digitale si sta sviluppando, a suon di giganti monopolistici sempre più invadenti, lo confermi. “L’era digitale” non è altro che l’era di un neoliberismo ancora più aggressivo?
«Credo sia un’osservazione molto interessante, perché la premessa dell’era digitale è che ciascuno possa parteciparvi allo stesso modo; che ci sia libero accesso a social media, Internet, email. Il che dà davvero l’impressione di conferirci potere e farci partecipare. Ma, come sosteneva Nicholas Negroponte, se un prodotto è gratis significa che il vero prodotto sei tu. Il risultato è che di fatto diventiamo forza lavoro gratuita per i baroni del digitale. In più si crea anche un’impressione di democrazia online che è profondamente fuorviante».
La Adam Smith Foundation, neoliberista, ha replicato a un suo articolo citando dati della Banca mondiale che mostrerebbero come la povertà possa davvero essere sconfitta entro il 2030, e che in ogni caso «si è ridotta come mai prima e sembra davvero stare per estinguersi». Cosa ribatte?
«Ho letto quell’articolo, e ciò che mi è chiaro è che i membri della fondazione si stanno attribuendo dei meriti per ciò che è avvenuto nonostante loro, non grazie a loro. Sarebbe stato davvero sorprendente non trovare un incremento di ricchezza su un periodo così lungo (dal 1981 a oggi, ndr). Molto sorprendente è che quella ricchezza sia stata così poco condivisa, e che sia così bassa per i più poveri – finché non si comprende l’impatto del neoliberismo. Se i poveri in tutto il mondo fossero diventati ancora più poveri con così tanta tecnologia disponibile, con una così ingente mobilitazione di risorse naturali: quello sarebbe stato davvero profondamente scioccante. Ma ciò che si vede qui è piuttosto che la diminuzione della povertà si è fortemente ridotta, e quando si guardano i dati per i paesi dell’Oecd si vede chiaramente una tendenza: che nei paesi a più forte impronta neoliberista la povertà resta più elevata, e la distribuzione della ricchezza peggiore».
Nei suoi articoli lei scrive: «Le nostre vite vengono rovinate non dai poveri immeritevoli, ma dai ricchi immeritevoli». In molti ricorre un’aria da lotta di classe. Dobbiamo tornare a questo? Come si combatte l’ideologia dominante e il suo “apparato di giustificazione”?
«Una delle cose che mi ha colpito è l’immenso potere accumulato dai filosofi politici. Le politiche economiche di John Maynard Keynes sono state adottate da buona parte dei partiti politici indipendentemente dalla loro ideologia di riferimento: sia i conservatori che i laburisti, negli anni Settanta, erano keynesiani. Quando poi quelle politiche hanno mostrato i loro problemi si è gradualmente adottato il neoliberismo, ed entrambi conservatori e laburisti sono diventati neoliberisti. Ciò che mi sembra di dedurre da questi esempi è che non sono i partiti o i leader politici a cambiare il mondo, e non è ciò che quei partiti e leader sostengono di rappresentare: sono le filosofie politiche a catturare l’intero sistema politico, indipendentemente dalle credenze che professa. Perciò l’unica cosa che ci potrà condurre a una situazione migliore è un modello di politica economica coerente, e capace di intercettare i bisogni del XXI secolo, e dei molti invece che di pochi. Tristemente, tuttavia, non ce l’abbiamo, e solo pochissime persone associate a partiti politici hanno provato a svilupparne uno».
Non dovrebbe trattarsi dunque di una risposta post-ideologica? Dopotutto, la nostra secondo molti sarebbe l’era della post-ideologia…
«Mi guarderei da chi dice che viviamo in un mondo post-ideologico, o di avere soluzioni post-ideologiche. Generalmente chi dice di non avere alcuna ideologia sta in realtà dalla parte dello status quo, qualunque esso sia. E questa, di norma, è una posizione altamente ideologica».
Fonte: L’Espresso
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