Caso Regeni, su Giulio segni di tortura nazifascista

«E’ dal nazifascismo che noi in Italia non ci troviamo a una situazione di tortura come quella che è successa a Giulio. Ma lui non era in guerra. E io che stimo moltissimo i partigiani, dico che loro lo sapevano a cosa andavano incontro. Invece mio figlio era andato in Egitto per fare ricerca, è morto sotto tortura». Cosi’ Paola Regeni, la madre di Giulio Regeni, in conferenza stampa al Senato. La madre ha poi sostenuto che le autorità egiziane pensano di cavarsela dicendo che l’omicidio è stato un caso isolato: «Forse per quanto riguarda gli italiani, ma non per gli egiziani. Giulio era un cittadino italiano, un cittadino del mondo. L’ho potuto riconoscere solo vedendo la punta del naso», ha riferito, a proposito del primo momento in cui ha potuto vedere il corpo devastato del figlio.

Paola Regeni ha concluso con un «Continuerò a dire verità per Giulio», come d’altronde è scritto nello striscione che è stato mostrato all’inizio della conferenza stampa da lei stessa con il marito e Luigi Manconi, presidente della commissione Diritti umani del Senato. «Siamo qui per dire che continueremo a batterci per gli ideali e i valori di Giulio», ha ammonito Claudio Regeni.

Ad aprire la conferenza stampa il parlamentare e presidente della commissione dei diritti umani Luigi Manconi che ha pronunciato parole dure: la versione fornita il 24 e 25 marzo dalle autorità egiziane sulla morte di Giulio Regeni «è una menzogna con anche qualche tratto di oscenità».

L’avvocata della famiglia Alessandra Ballerini conferma.  «Tutti i documenti mostrati dall’Egitto, tranne quelli d’identità, non sono di Giulio; probabilmente il portafogli mostrato non è il suo».

«Noi stiamo collaborando con la Procura, ma purtroppo le investigazioni le stanno facendo solo al Cairo – ha aggiunto Ballerini – tutti gli amici di Giulio stanno mettendo a disposizione computer e cellulari e non pensiamo che il 5 aprile l’Egitto ci consegnerà il colpevole. Si tratta di investigatori di polizia, non di membri della Procura che verranno in Italia, non ci aspettiamo l’ultima parola ma vogliamo che l’attenzione rimanga altissima. Senza una mobilitazione simile, ha avvertito l’avvocato, domani ce ne vendono un’altra».

In conferenza stampa anche il portavoce di Amnesty international Riccardo Noury che ha ricordato come le violazioni dei diritti umani da parte dell’Egitto non possono ridursi ad un caso. «Nel 2015 secondo la Ong Centro El Nadeem ci sono stati in Egitto 464 casi di sparizione forzata, 1676 casi di tortura 500 dei quali terminati con la morte; nei primi due mesi del 2016 ci sono stati 88 casi di tortura; altri due attivisti sono spariti al Cairo negli stessi giorni della sparizione di Giulio Regeni, entrambi ritrovati morti con segni di tortura, mentre la versione ufficiale del governo egiziano parla di uno scontro a fuoco tra bande criminali. E’ reale dunque che quello di Giulio sia l’ennesimo caso di violazione dei diritti umani in un paese in cui queste cose sono all’ordine del giorno».

«Massima fiducia nel procuratore Pignatone» ha dichiarato Manconi ma «come senatore e presidente della commissione dei diritti credo che si debba operare con maggiore determinazione: si deve porre anche la questione del richiamo del nostro ambasciatore in Egitto. Non ritiro – ha sottolineato Manconi – ma richiamo per consultazioni, che rappresenta un gesto non solo simbolico ma intenso per far comprendere come il nostro Paese segua con la massima vigilanza questo caso, considerandolo elemento discriminante per le relazioni con l’Egitto».

I due genitori di Giulio sono decisi. «Se il 5 aprile sarà una giornata vuota confidiamo in una risposta forte del nostro governo perché è dal 25 (gennaio; Ndr) sera, quando Giulio è scomparso, che attendiamo una risposta» sono le parole di Paola Regeni.

«Cosa ci aspettiamo? Se continuano a non darci qualcosa di più di semplici promesse, di informazioni non collegate alla realtà, per noi quanto espresso dal senatore Manconi è la risposta più corretta», dice il padre di Giulio Regeni, Claudio che ha aggiunto «Abbiamo fiducia nelle nostre istituzioni. Purtroppo non abbiamo mai avuto la sensazione che il governo egiziano abbia avuto l’intenzione di collaborare seriamente».

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