Arrivano i referendum contro il jobs act

E così anche la Cgil ha i suoi referendum, riguardano i diritti sul lavoro e verranno affiancati alla «Carta universale» che è già stata presentata negli ultimi due mesi in 42 mila assemblee in tutta Italia. Avranno come oggetto i voucher («Puntiamo a eliminarli, così come sono destrutturano il lavoro», ha spiegato ieri la segretaria generale Susanna Camusso), gli appalti e i licenziamenti. Non si restaurerà il vecchio articolo 18, ma si correggeranno le storture introdotte dalla riforma Fornero e dal Jobs Act per tornare ad ampliare le possibilità di reintegra, oggi limitatissime.

Il Direttivo ieri in serata ha dato l’ok alla nuova fase della Carta dei diritti universali – che ora dovrà trasformarsi in proposta di legge di iniziativa popolare – e ha varato il testo dei tre quesiti. Dopo che le assemblee hanno promosso – «in modo direi quasi bulgaro», ha commentato Camusso – sia la proposta di legge (98,49% degli 1,5 milioni di votanti) che l’idea di presentare i referendum (93,59%). I banchetti cominceranno a vedersi nelle piazze italiane dal 9 aprile in poi.

Il timing dei referendum dovrebbe naturalmente portare al voto nella primavera 2017, ma a precisa domanda ieri la leader del sindacato ha glissato: questo perché la Cgil spera che l’elaborazione delle nuove leggi sul lavoro (trovando ovviamente maggioranze politiche che le appoggino) possa addirittura evitare il ricorso alle urne, come si sa sempre rischioso. «I referendum vogliono essere un sostegno alla nostra proposta costruttiva – ha spiegato la segretaria – e sinceramente non sono neanche stati al centro delle assemblee come invece lo è stata la Carta dei diritti».

Ma c’è un altro referendum che in questi giorni fa discutere, visto che tra l’altro il sindacato è nettamente diviso al suo interno, tra i No e i Sì: quello sulle trivelle. L’anima più lavorista – che ha trovato voce nella categoria di settore, i chimici della Filctem – d’accordo sostanzialmente con il premier Matteo Renzi teme che si possano perdere migliaia di posti. Dall’altro lato, la parte più ecologista e movimentista dell’organizzazione nell’ultima settimana si è data da fare sui social e ha raccolto centinaia di firme (inizialmente erano 400, di segretari, quadri e dirigenti) per sostenere le ragioni del Sì.

Da più parti si pensava che, per quanto non compreso nell’ordine del giorno, il tema sarebbe stato affrontato nel Direttivo di ieri: invece così non è stato. «In quanto segretaria dell’organizzazione devo rappresentare tutti – ha spiegato Camusso – Sappiamo che c’è un dibattito, plurale e vario anche al nostro interno, e il dibattito continua: ma appunto per questo non esprimerò una mia posizione». Quanto al Direttivo, «non ha senso discutere su un tema se poi non deve seguire una decisione». Fondamentale, però, non astenersi: «Spero che le lavoratrici e i lavoratori vadano a votare il 17 aprile».

Tornando alla Carta dei diritti, e ai quesiti referendari, la Cgil ha ribadito ancora una volta che queste iniziative non intendono intervenire solo sul Jobs Act, ma su tutto il complesso di leggi precedenti, almeno a partire dalla legge 30. «Per la prima volta nella sua storia, la nostra organizzazione – ha spiegato Camusso – non ha legato i diritti al mondo del lavoro dipendente, ma ha stabilito che bisogna affermarli per tutte le figure, anche quelle autonome e precarie».

Contrattazione quindi, «inclusiva e solidale», ma anche, necessariamente, legge: arrivare dove spesso i contratti non arrivano, insomma, e non a caso la Cgil vorrebbe ispirare una riforma strutturale della legislazione sul lavoro.

L’importante è scansare il pregiudizio di essere “antiquati” e “ideologici”: per questo l’insistenza sul fatto che non si interviene solo sul Jobs Act (perché non sembri che si voglia prendere di petto il governo Renzi) e il costante riferimento al mondo dei nuovi lavori: «Abbiamo già incontrato il mondo delle professioni, della ricerca, dei creativi, e delle arti, dei freelance – ha spiegato la leader Cgil – e continueremo a interloquire con loro».

Dopo la presentazione al presidente della Repubblica, a breve la Carta dei diritti sarà al centro di una serie di incontri con i gruppi parlamentari e con i gruppi europei a Bruxelles. I voti più curiosi: la Carta è “ultra-bulgara” al Nidil e tra i disoccupati (99,4% e 99,5% di sì), disoccupati però non convinti dai referendum (i sì si sono fermati al 46%).

ANTONIO SCIOTTO

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