Israele, se l’odio razziale inizia a scuola

di Fabrizio Salvatori, controlacrisi -“Rifiutano di vivere nei grattacieli e insistono a vivere in case di campagna”, la loro societa’ “e’ tradizionalista e resiste ai cambiamenti per sua natura”, “si rifiutano di offrire qualsiasi cosa per il bene comune”. Cosi’ le citazioni di moltissimi libri di testo israeliani dipingono gli arabi. Le ha raccolte Nurit Peled-Elhanan, docente presso la facolta’ di Scienze dell’Educazione Linguistica dell’Universita’ Ebraica di Gerusalemme che alcuni giorni fa, in una sala della Casa Internazionale delle Donne di Roma, ha presentato il suo saggio “La Palestina nei testi scolastici di Israele”.
Nella rappresentazione del popolo palestinese fornita dai testi scolastici dello stato ebraico e’ presente “un razzismo culturale- spiega Peled-Elhanan- che non si basa sul colore della pelle o sulla forma del naso, ma discrimina le persone in quanto palestinesi”. Anche le carte geografiche veicolano una visione ideologica del paese: “In tutte le mappe- spiega Elhanan- i territori della Striscia di Gaza e della Cisgiordania non si distinguono da quelli israeliani, perche’ sono rappresentati con lo stesso colore. Sempre nelle rappresentazioni cartografiche, la Cisgiordania e’ indicata come ‘parte di Israele di cui non abbiamo dati’”.
“Ogni luogo che la pianta del vostro piede calpestera’ sara’ vostro, dal fiume Eufrate fino al mare occidentale” si legge in un altro dei testi scolastici in ebraico analizzati nel saggio, pubblicato in italia dalle edizioni Gruppo Abele.
Una cornice ideologica del genere serve, secondo Elhanan, perche’ i giovani cittadini israeliani ebrei possano accettare il duro servizio militare che e’ obbligatorio, anche per le ragazze.
I bambini arabi che frequentano le scuole israeliane, d’altra parte, “studiano dagli stessi libri- spiega ancora Elhanan- dove Ariel Sharon viene rappresentato come un eroe” e i massacri perpetrati nei confronti dei palestinesi, come quelli di Deir Yassin (1948) e Qibya (1953) sono legittimati. Con queste parole: “la fuga degli arabi ha risolto, almeno parzialmente, un terrificante problema demografico”. Non si tratta di eccezioni, ma della “tendenza generale” dei testi che, per essere autorizzati dal Ministero dell’educazione, devono sposare alcuni principi o “assunti di base”. Alla fine della presentazione, l’ambasciatrice palestinese Mai Alkaila si e’ alzata per stringere la mano all’accademica israeliana e ringraziarla “perche’ vede noi palestinesi come esseri umani e ci tratta da pari”. Alle persone italiane presenti in sala, quasi tutte donne, rimane la domanda posta nell’introduzione dall’insegnante e giornalista Cristina Mattiello: “Come viene raccontata la Palestina nei nostri libri di testo?”.

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