L’Italia torna in deflazione, niente ripresa

L’Italia torna in deflazione. Secondo le stime preliminari diffuse oggi dall’Istat, l’indice dei prezzi al consumo a febbraio di quest’anno diminuisce dello 0,2% su base mensile e dello 0,3% su base annua (era +0,3% a gennaio). Calano su base annua i prezzi di quasi tutti i prodotti. Anche i prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona diminuiscono dello 0,1% rispetto a gennaio e dello 0,4% su base annua (mentre a gennaio era +0,3%). C’è preoccupazione tra i Consumatori. La discesa dell’inflazione a meno 0,3% annuale è “un dato drammatico, che getta nuove ombre sull’andamento della nostra economia, smentendo definitivamente chi già aveva dato per certa una stabile ripresa”, dicono Federconsumatori e Adusbef. “Se si vuole parlare veramente e concretamente di ripresa bisogna prima gettarne i presupposti”, dichiarano i due presidenti Rosario Trefiletti ed Elio Lannutti.“Il primo passo in questo senso, come sosteniamo da tempo, è l’avvio di un Piano Straordinario per il Lavoro, ormai indispensabile per realizzare un reale e stabile rilancio dell’occupazione. Solo grazie a quest’ultimo si potrà risollevare la fiducia nelle prospettive economiche del Paese, fondamentale per rimettere in moto il sistema economico e proiettarlo verso nuove ambizioni di crescita e di sviluppo”.
La cosa assurda, di cui il Governo si guarda bene dal voler parlare, è che la vera inflazione, quella che riguarda tariffe e alcune spese per la casa, come gli affitti, ci collocano tra i paesi europei più dispendiosi. E questo mentre i redditi figurano ampiamente sotto la media del Vecchio continente. Le spese per affitto e bollette in Italia assorbono quasi il 38% del reddito di una famiglia. In Europa il dato medio si ferma al 33,1% e va da un minimo del 24,8% della Svezia al 36,6% della Spagna. In Italia in media gli affitti sono più bassi ma hanno un impatto maggiore sui redditi familiari, anch’essi inferiori alla media europea, mentre le bollette sono più care: in Italia hanno un impatto del 6,3% sul reddito familiare contro una media europea del 4,6%. I dati vengono dall’Adoc che ha misurato quanto pesano i costi di casa, in particolare di affitti e bollette, per le famiglie italiane.
La causa è principalmente il basso reddito dei lavoratori italiani, inferiore del 25% rispetto alla media europea, nonostante i costi di affitto siano più bassi mediamente di 100 euro mensili.

Anche per il sindacato la flessione registrata dall’Istat è dello 0,3% vuol dire che l’economia reale non si sta riprendendo. “Da tempo, anche inascoltati, lanciamo l’allarme sulla deflazione: è ovvio che il calo dei prezzi riflette la debolezza della domanda”, ha detto ieri il segretario confederale della Cgil, Danilo Barbi, intervistato da RadioArticolo1 nella trasmissione ‘Italia Parla’. Un ragionamento, il suo, che è partito dalle politiche europee. “Il concetto di austerità flessibile – ha osservato il dirigente della Cgil – è ambiguo. Come dire che bisogna ingrassare e dimagrire contemporaneamente.
Guardiamo i dati del bilancio dello Stato italiano: in questi anni il governo ha continuato a ridurre gli investimenti pubblici per affidarsi a quelli privati che, invece, dall’inizio della crisi sono calati del 31 per cento nonostante tutte le decontribuzioni e gli sconti fiscali a pioggia. Nel frattempo, gli investimenti pubblici sono scesi a 32 miliardi da 56, questo è il dato finale del 2015. Fra poco, purtroppo, ci saranno i primi dati negativi anche sull’occupazione”. “Il governo italiano – prosegue Barbi – ha mandato in Europa un documento scritto tutto inglese, magari sperando che così in Italia non lo leggesse nessuno, nel quale si ammette che la ripresa non c’è e però si conferma il bisogno di riforme strutturali. Riforme che puntano sempre sulla riduzione dei diritti e del costo del lavoro che alla fine aumentano la disoccupazione e riducono la domanda”.
Nel corso della intervista Barbi ha indicato la via per dalla spirale di contraddizioni presenti ed è tornato a bocciare il piano di investimenti targato Juncker. È stato un bluff perché pretendeva, con soli 8 miliardi, di avere una leva finanziaria di 17 volte: una cosa assolutamente iperbolica e impossibile. Noi abbiamo detto con la Ces che ci vorrebbe un piano di investimenti da 260 miliardi all’anno per dieci anni in Europa, finanziato anche dalla Banca centrale europea. E invece la Bce continua a stampare migliaia di miliardi per prestarli alle banche o per comprare titoli pubblici alle banche”.

FABRIZIO SALVATORI

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